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L'Ultimo Vessillo - ( Il Tenente ) - Galassia N. 57

Romanzo


Data uscita
Novembre 2019
Condizioni
 
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Copie disponibili
solo una copia
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bclibri@delosstore.it
Autore
L. Ron Hubbard
Collana
Galassia n. 57
La Tribuna 1965
Genere
Fantascienza

PRIMA EDIZIONE ITALIANA RARA - Plurime ristampe ma tutte difficili da reperire -

L. Ron Hubbard è uno degli autori che arrivarono in Italia con la “prima ondata” della produzione fantascientifica, anche se le opere finora edite nel nostro paese, che non sono molte, rappresentano più che altro chiari esempi di narrativa fantastica o di science fiction spuria. Ad esempio, il romanzo forse più noto di Hubbard, Return to Tomorrow svolge, attraverso una trama interessante e a tratti nobilitata da alcune impennate letterariamente valide, un concetto scientifico assolutamente falsato che dimostra chiaramente la più assoluta incomprensione o ignoranza sulla teoria della relatività del tempo. In quanto a un’altra opera di Hubbard, Typewriter in the sky, le parentele con la fantascienza sono assolutamente inesistenti. Si tratta di un racconto di fantasia pura, a dire il vero uno dei più piacevoli e interessanti del genere, e nulla più. Non parliamo poi di Death’s Deputy, pubblicato proprio ai primordi della science fiction in Italia in due diverse edizioni, romanzo caotico e assurdo anche nel campo del soprannaturale cui appartiene di diritto. In ogni modo gran parte delle opere di Hubbard risentono di un acceso culto del militarismo, indulgono su particolari crudeli o spietati e non trascurano di fare appello ai sentimenti più scontati del lettore provocando, nella maggior parte dei casi, effetti notevoli. Ma c’è da chiedersi perché in Italia sono state scovate quasi tutte le opere di questo autore le quali stanno alla fantascienza come, con il dovuto rispetto, Victor Hugo sta al romanzo poliziesco, mentre rimaneva medita questa Final Blackout che appare senz’altro come la cosa migliore e più ortodossa scritta da questo eclettico autore (il quale, non dimentichiamolo, suscitò polemiche a non finire con l’invenzione della dianetica, la pretesa scienza che collega il comportamento dell’essere umano ai traumi subiti in fase prenatale e alla quale sembra essersi ultimamente dedicato anche A. E. Van Vogt); si tratta di un mistero sul quale preferiamo non indagare. In ogni modo, ecco questa Final Blackout, sottoposta al pubblico di Galassia nella sicurezza che esso sarà in grado di apprezzarla e giudicarla con la consueta maturità, senza lasciarsi influenzare dai presupposti ideologici assai discutibili sui quali si basa. In effetti L’Ultimo Vessub è un romanzo di chiara ispirazione nazista. Ideologicamente quindi è assai discutibile, come discutibili sono le frasi pronunciate nel finale dal Tenente, frasi che sono senza possibilità di equivoco la espressione stessa del pensiero dell’autore (sebbene nella presentazione alla seconda edizione Hubbard volesse attutire l’effetto provocato dalla pubblicazione di questo libro). Ma, prima di tutto, si tratta di un romanzo valido e potente, e come tale deve essere letto e giudicato. Sul tema della guerra finale, nella science fiction, si contano esempi infiniti a partire dai primordi e terminando (per ora) ai giorni nostri. Di volta in volta si è tentato di moralizzare, di criticare, di distruggere o di creare nuovi mondi e nuove società. E, nella maggior parte dei casi, si è arrivati a una condanna del militarismo esasperato, a una rivalutazione o, per lo meno, a una valutazione non del tutto negativa della scienza (eccezion fatta per l’ascientifico Bradbury il quale però, ne’ Gli anni della Fenice, invocò la libertà della cultura e del pensiero): al contrario Hubbard individua nella cultura, nelle macchine e nella politica le cause della rovina, e giunge perfino a giustificare la guerra, a lodarla per la sua opera di sfoltimento dei rami inutili o malati dal grande ceppo umano. Il protagonista del romanzo, il Tenente, è avvolto da una strana aureola d’invincibilità. il cui trionfo si concreta proprio nel momento in cui la caduta sembra irrevocabile e imminente. Accanto a questa figura se ne muovono altre, tutte viste attraverso il particolare specchio deformante di cui l’intero libro è pervaso: dagli uomini della Quarta Brigata, caratterizzazione del militare senza grande intelligenza o coltura che non sia l’arte della guerra, agli ufficiali britannici. tutti positivi e validi quelli combattenti, tutti negativi e opportunisti quelli appartenenti allo Stato Maggiore. Gli uomini politici, secondo Hubbard, sono o come il loquace Frisman, carico di ideali e di frasi roboanti, ma privo di scrupoli quando si tratta di salvare la propria carriera e se stesso dal ridicolo e dal fallimento della missione, o come Breckwell, vacuo e inutile, semplice strumento pronto a dire sempre di sì di fronte agli individui più abili e più decisi di lui. Si tratta, in sostanza, di un’esaltazione del militarismo preso sotto un aspetto addirittura messianico; una esaltazione che non conosce limiti di nazionalità (gli ufficiali russi incontrati dal Tenente all’inizio del volume sono altrettanto leali e capaci del capitano Johnson, comandante dei marinai americani) Mentre l’altra caratteristica che trasuda da ogni pagina del romanzo è il disprezzo, l’odio quasi con cui sono considerate le teorie marxiste, il ridicolo in cui sono messi sia i capi comunisti (anche se Hubbard si affretta a premettere, nell’introduzione, che si tratta di una deviazione dai principi marxisti) nella persona di Hogarthy, che non appare mai direttamente ma viene vista e giudicata a seconda dei colloqui che avvengono tra i protagonisti, sia i capi socialisti e socialdemoeratici americani e inglesi. La qual cosa appare piuttosto eccessiva anche se consideriamo il periodo in cui questo volume è stato scritto anzi, soprattutto se consideriamo il periodo in cui è stato scritto, quello immediatamente precedente la seconda guerra mondiale. Ma il pregio maggiore di questo libro è costituito dalla forza e dal realismo su cui si basa: sull’immagine di una Europa distrutta e percorsa da bande di soldati che continuano una guerra ormai finita da tempo. sulla visione finale di un’America che, dopo aver dato il via al bombardamento nucleare, ne ha sopportato le conseguenze e si dibatte malgrado la apparente potenza in una spaventosa crisi di disoccupazione, e soprattutto la compattezza e la abilità della Quarta Brigata, stretta intorno alla magnetica figura del Tenente fino all’ultimo. Si tratta, probabilmente. di uno dei gruppi comunque militari più riusciti e indimenticabili che la science fiction abbia mai espresso, lontanissimo dall’eroica e superumana Legione dello Spazio di Williamson, come dall’esercito-caleidoscopio del quale Harry Harrison si è servito nel suo magistrale Eroe Galattico per coprire di ridicolo i peggiori difetti dell’umanità. E proprio dallo scontro e dall’inconciliabilità di queste due posizioni (quella satirica e illuminata di Harrison e questa di Hubbard, tragicamente epica e nazista) si può comprendere la vastità e la validità della fantascienza nella quale possono coesistere concezioni e ideologie in assoluta antitesi, eppure, in casi come questo, sempre ad alto livello: Final Blackout è un romanzo spietato e ideologicamente assai discutibile ma senza dubbio al di sopra della maggior parte delle opere del genere, è un romanzo che potrà provocare discussioni senza fine ma che proprio in questo trova un motivo di lettura e di critica stimolante per tutti: per coloro che desiderano dalla science fiction avventure e azione (e senza dubbio questo romanzo ne abbonda) e per coloro che al contrario desiderano opere impegnate e valide. E, a prescindere dalle idee e dalle opinioni che ciascuno ha, non si può negare l’interesse e l’efficacia di un romanzo che è finora la massima espressione di un autore tormentato e imprevedibile.

   

NOTA:

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