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Le Notti di Smeraldo - Galassia N. 56

Romanzo


Data uscita
Novembre 2019
Condizioni
 
near mint legenda
Copie disponibili
solo una copia
Venduto da
BCLibri
bclibri@delosstore.it
Autore
Charles Henneberg e Nathalie Henneberg
Collana
Galassia n. 56
La Tribuna 1965
Genere
Fantascienza

PRIMA ED UNICA EDIZIONE - VOLUME MOLTO RARO

In generale, l’affermazione più lusinghiera che si può fare a proposito della science fiction francese è che, semplicemente, non esiste. La produzione media francese è di uno squallore scoraggiante di una avvilente puerilità. Le riviste francesi, anche quelle che si reggono perchè riempiono buona parte delle loro pagine con il materiale di riviste americane, sciorinano spesso una produzione nazionale che lascia sconcertato anche il lettore più benevolo. Fiction, quando non si alimenta sul filone di Fantasy and Science Fiction e si mette a fare scelte a proprio capriccio. spazia dal buono all’insignificante, al mediocre. Grava, sulla fantascienza francese, soprattutto. l’ombra di un gigantesco equivoco: i francesi sembrano non aver capito affatto, in generale, che cosa è realmente la science fiction, e leggono e scrivono testi nazionali imparentati strettamente con il fantastico, il magico, il macabro, il diabolico, il gotico e via all’infinito. I critici francesi specializzati (tranne Pierre Versins che, discutibile fin che si vuole come autore, ha un criterio di giudizio molto superiore alla media dei suoi più celebrati connazionali) ondeggiano dallo scientismo messianico di Bergier al sofisticato sciamanesimo di Pawels, e quando ci si mette Roger Cailbis riesce a collezionare una delle più sbalorditive serie di assurdità che siano mai state scritte sulla science fiction. Ma, anche in una situazione poco allegra, vi sono sempre eccezioni: vi sono autori francesi interessanti, alcuni veramente buoni. Basterebbe ricordare Jacques Sternberg, il cui La sortie est au fond de l’èspace era un romanzo più che dignitoso; Reyjean, autore di alcuni romanzi imperfetti ma certo imperniati su una tematica convinta e sofferta; Dérmeze, che ha all’attivo alcuni maliziosi e divertenti racconti parasociologici; e anche i pur sopravvalutati Grard Klein e Claude Veillot (il quale ha destato un entusiasino un po’ troppo ottimistico in Damon Knight) sono talvolta capaci di conseguire risultati apprezzabili. Ma, per la quasi totalità dei lettori, la fantascienza francese, quella rispettabile, intendo, ha un nome ben preciso: Henneberg. In Italia sono già apparsi tre romanzi di Henneberg, che destarono l’interesse e in qualche caso l’entusiasmo dei lettori. Non tutti sanno che Charles Henneberg era in realtà una “ditta “, come C.M. Kornbluth. Anche nel caso Henneberg, si trattava di una collaborazione tra marito e moglie, Charles e Natalie. Charles è morto qualche anno fa, e Natalie continua ancora oggi a pubblicare racconti, alcuni dei quali elaborati su idee tracciate quando era ancora vivo il marito. E’ un po’ difficile affermare che le opere degli Henneberg siano autentica science fiction. Nelle loro storie entra quasi tutto, tranne un vero riflesso di scienza: l’esoterismo, Paracelso, Mesmer, madame Blatvatsky, Rudolf Steiner, tutte cose piuttosto lontane da una seria “narrativa scientifica “. Tuttavia il fascino delle vicende narrate dagli Henneberg è spesso enorme, e si ripete per loro ciò che accade per altri autori scarsamente scientifici ma dotati di indubbio “allure “, come Bradbury e van Vogt. Legioni di ammiratori entusiasti, numerose critiche secche e severe, ed equilibrati giudizi, che, pur non escludendo infinita riserva sulla tematica henneberghiana, riconoscono a quella lussureggiante, immaginifica prosa, a quelle vicende leggendarie e assurde una carica di interesse non comune. E’ degno di nota, per esempio, il fatto che gli Henneberg attingano ispirazione, per il loro stile e per l’ambientazione delle loro vicende, a una sorgente quasi inesauribile e di sempre sicuro effetto: al Gustave Flaubert di quel singolare e incantevole romanzo storico che è Salambò devono non soltanto l’atmosfera suntuosa e irreale della Megalopoli, una Cartagine atlantidea, non solo quella, lampeggiante, di certi assedi e di certe battaglie, ma addirittura certe definizioni. Argo, ad esempio, come l’Amilcare di Salainbò, ha il titolo di Suffete del Mare; Atiena, come Sa] ambò , ha spesso accanto a sé un pitone sacro, e si mostra sempre avvolta di veli e di gambe some Salambò in cima alla scalinata, durante la festa nei giardini di Megara; i sotterranei sono traboccanti di gemme, i guerrieri scintillano di corazze auree, e il Moloch sanguinano e tutto sommato un p0’ primitivo di Cartagine è qui sostituito dal più sottile orrore delle piante carnivore: ma l’uno e le altre si nutrono di vittime umane. Persino certi particolari minimi, i pavimenti a losanghe bianche e nere, le lance di denti di narvalo, sono attinti da Flaubert. Ma l’ispirazione non va oltre all’ambiente e all’atmosfera. Poi, naturalmente, gli Henneberg disegnano i loro personaggi positivi con quella tenerezza un po’ estenuata e femminea che è loro tipica. Atlena, “anima più leggera dell’aria “, non ha la stolida violenza di Salambò; ma in compenso, così fragile e sperduta, raggiunge una coerenza e una dignità superiori a quelle della sua consorella cartaginese: Argo è ben lontano dalla potenza folle e brutale del barbaro Matho. e la sua ribellione all’impero di A-atlan ha ragioni ben più profonde che il mancato pagamento del soldo di mercenario e dell’ambizione insensata; e, se mai, fisicamente somiglia più all’elegante principe numida Narr’Havas; e il reggente Uxmal (il cui nome è preso in prestito da una affascinante capitale precolombiana) ha dell’Amilcare di Flaubert soltanto l’intenso, disperato amore paterno. La vicenda, poi, è lontanissima dalla tematica del romanzo di Flaubert: è una affascinante leggenda del futuro che ci parla d’una grande civiltà terrestre in decadenza, minacciata dall’astuzia e dall’ambizione delle piante cui la stessa catastrofe atomica che ha contaminato la razza umana ha dato intelligenza. voce, mobilità e una fredda, logica crudeltà. Le piante hanno stabilito una sottile ma infrangibile dominazione, indebolendo ulteriormente la dinastia degli ultimi solari della terza Atlantide (secondo una rigorosa cronologia esoterica) con l’imposizione di una legge assurda, ispirata al behaviorismo di alcuni insetti: dopo il volo nuziale, quello dei due sposi che appartiene alla casta pii alta deve uccidere l’altro. La piccola regina Atlena si ribella a questa legge, per amore di Argo, dando l’avvio a una catena di eventi che culminerà nella allucinante battaglia sotto le mura della Megalopoli, tra le piante, i guerrieri e i coleotteri di A-atlan da una parte e le orde di uomini-bestie guidate da Argo dall’altra, mentre gli umani delle ex-colonie si accingono a portare agli ultimi umani della Terra un soccorso che forse giungerà troppo tardi. Probabilmente, raccontata da altri che non fossero gli Henneberg, Les Dieux Verts sarebbe un a vicenda n o n meno risibile del vecchissimo The Green Giri di Jack Williamson; ma, probabilmente, raccontata da un altro che non fosse Flaubert, anche la storia di Salambô suonerebbe piuttosto melodrammatica e ridicola. Nella prosa ebbra ed estenuata degli Henneberg, invece, la vicenda degli ultimi umani della Terra acquista a sua volta un fascino sottile e irritante, pesante e lucente come i profumi e le gemme che ci ritroviamo davanti, ad ogni pagina, sparsi a piene mani dalla fantasia fervidissima di questi due autori, dominatori dall’alto di tutta la produzione fantascientifica francese.

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