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Anonima Intangibili - Galassia n. 130

Romanzo


Data uscita
Novembre 2019
Condizioni
 
very fine legenda
VCZ2
Copie disponibili
solo una copia
Venduto da
BCLibri
bclibri@delosstore.it
Autore
Brian W. Aldiss
Collana
Galassia n. 130
La Tribuna 1970
Genere
Fantascienza

VOLUME RARO E INTROVABILE E MAI RISTAMPATO

Un volume come questo “Anonima Intangibili” merita senz’altro una presentazione particolare, che cerchi d’inquadrarne il significato e i presupposti in un contesto concretamente critico. Del resto sarebbe inutile dilungarci sull’autore, troppo noto ai nostri lettori per necessitare di qualche parola; ci basterà dire, a livello di cronaca mondana, che Aldiss, visto di persona, è un tipo estremamente stimolante che irradia attorno torrenti di energia intellettuale e di dinamicità speculativa. Questa sua antologia, pubblicata in Inghilterra lo scorso anno e immediatamente scelta per Galassia, ci offre invece l’occasione d’iniziare un discorso che abbiamo in mente da tempo. Le nuove frontiere della fantascienza, di cui si parla in questo momento un po’ dappertutto con sincero interesse, sono effettivamente state raggiunte dalla produzione angloamericana. Accanto ai lavori più deteriori, che ovviamente continuano a sopravvivere se non altro per esigenze di mercato, si sono fatte luce negli ultimi anni nuove tendenze della massima importanza. Volendo classificare, si può dire che queste tendenze sono essenzialmente due. L’una è rappresentata da autori come Zelazny o Delany, per citare nomi nuovi e significativi. Questi scrittori hanno compiuto un’operazione di vasta portata: riducendo l’importanza della trama in se stessa, prendendola quasi a pretesto (e non è un caso che Delany, ad esempio, usi nei suoi lavori trame sostanzialmente di vecchio stampo, di tipo avventuroso classico) essi hanno introdotto nella sf un linguaggio nuovo, moderno, agile al massimo. Romanzi come “This Immortal” o “The Einstein Intersection” sono eccellenti esempi. Quest’operazione, a sua volta, ha generato un’altra conseguenza: il ritorno della sf in un ambito tipicamente umano, dove l’elemento uomo assume importanza predominante ed è in definitiva l’unico protagonista. Cosa questa che già avevano fatto, parecchi anni addietro, autori come Sturgeon e Bradbury, superando la fase avventuroso-tecnologica fine a se stessa. Ma gli scrittori della “nuova ondata” hanno portato alla sf tutta l’esperienza del romanzo introspettivo contemporaneo: la capacità di delineare uno stato d’animo o addirittura un personaggio senza mai ricorrere a definizioni esplicite, ma semplicemente per sottintesi; la novità delle situazioni psicologiche; l’agilità di linguaggio di cui dicevamo prima. Anche Arlan Hellison fa parte di questo gruppo, ma ad un livello più esplicito, più gridato, meno meditato; e comunque i suoi racconti sono di una potenza rara. L’altra tendenza, che grosso modo possiamo far risalire a Ballard, è quella della ‘fantascienza fenomenologica’ (almeno così la chiamiamo noi, con tutto il rispetto per la filosofia di Husserl). Ballard, sin dai suoi primi romanzi, ha sempre descritto fatti, ambienti, situazioni. I personaggi, che pure erano concreti e credibilissimi, non agivano a livello conscio: spinti sempre da moventi irrazionali o indecifrabili, attori e spettatori di avvenimenti assurdi a livello logico, trovavano nell’ambiente l’unico contrappunto esatto, e finivano con l’esserne assorbiti. Il vento, l’acqua o la siccità non sono simboli fini a se stessi, ma dotati d’una carica tipicamente sub-conscia. Più o meno negli stessi anni Dick lavorava nella stessa direzione, anche se con risultati differenti. I suoi romanzi presentano in definitiva situazioni classiche, ma è l’inquadratura che cambia. Solo che mentre in Ballard la molla viene dagli strati profondi dell’individuo, in Dick la molla nasce dai fatti stessi. E i suoi personaggi ne sono travolti, marciano in mille direzioni e non capiscono mai dove vanno, fanno cose che probabilmente qualcun altro ha già deciso. In Ballard quindi, e soprattutto in Dick, c’è un senso trascendente che raggiunge talora livelli deliranti; la coscienza che il mondo non sia quello che sembra, ma un’essenza perennemente nascosta ai nostri occhi; e l’idea del metafisico, dell’ontologicamente pregnante, domina su tutto il resto. I risultati migliori di “Anonima Intangibili” si collocano proprio in questo quadro. Vediamo “Automatico Lunare”, che anche nell’elaborazione stilistica ricorda molto da vicino Dick: il mondo alla vigilia di un enorme cambiamento, sentito dai protagonisti come un accadimento puramente mentale e trascendente il nostro attuale livello di coscienza. Disgraziatamente il lavoro cede nell’ultima parte, quando si tratta di venire al dunque: il cambiamento stesso è abbastanza ovvio, e non certo originale. Restano però le splendide pagine precedenti, che senza timore d’esagerare sono tra le migliori mai scritte sulla condizione “profonda” dell’individuo. E Rhoda, il personaggio forse più emblematico del racconto, si rivela alla fine uno strumento in mano di qualcosa d’altro (il futuro, in questo caso), esemplificando nettamente la tendenza di cui dicevamo. O ancora “Tutti gli uomini della Regina”: dove, a parte la felicità dell’idea e la perfezione di sviluppo, notiamo immediatamente un senso angoscioso di disagio psichico, di turbolenta tensione verso un livello non esattamente definibile. Fantascienza dell’inconscio, in definitiva. Gli altri racconti sono decisamente più normali: da “Anonima Intangibili”, delicata parabola sulla vita e sui suoi significati, condotta con grande leggiadria; a “La Sindrome di Randy”, dove il travaglio psichico è ricondotto nell’ambito d’una vicenda familiare e quindi a misura d’uomo, e dove è nuovamente notevole la fantasia dell’idea centrale; a “Un pizzico di Neandertal”, che rinnova con intelligenza il classico tema del pianeta con qualcosa di strano, inserendolo però in un curioso gioco di scatole cinesi (un racconto con cornice, se vogliamo dire così). Questi cinque lavori coprono un arco di tempo che va dal 1960 al ‘69; e “Automatico Lunare” è l’ultima opera scritta. Segno che questa nuova tendenza, che abbiamo cercato di delineare a grosse linee, s’è presentata anche ad Aldiss come una possibilità di risultati ulteriori. L’antologia, nel suo complesso, è di qualità eccezionale. Vorremmo ancora far rilevare, come ultima cosa, il carattere talora freddo e quasi respingente della prosa: l’unico, appunto, adatto a delineare situazioni che evadono dall’ambito umano per cercare d’afferrare un livello esistenziale più concreto ed autosufficiente. Infine ci sia concesso ringraziare Riccardo Valla e la professoressa Giuseppina Silva Micheli, che hanno fornito al traduttore preziosi suggerimenti per la terminologia propriamente scientifica.