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I nostri Amici di Frolix 8 + L'Asteroide dei Paria - Bigalassia n.37

Romanzo


Data uscita
Marzo 2020
Condizioni
 
very fine legenda
NEAR MINT ma Parti bianche copert. (idem dorso e quarta) e pagine con lievi fioriture.
Copie disponibili
solo una copia
Venduto da
BCLibri
bclibri@delosstore.it
Autore
Philip K. Dick e Charles Platt
Collana
Bigalassia n. 37
La Tribuna 1977
Genere
Fantascienza

UNICA RISTAMPA DEL GALASSIA 161 E PRIMA RISTAMPA DEL ROMANZO DI DICK

 I NOSTRI AMICI DI FROLIX
Tra gli autori fantascientifici, Dick è quello che, credo, più di ogni altro ha il diritto di vantarsi di non avere mai sbagliato un romanzo, I racconti potrà anche sbagliarli, soffocato entro uno spazio che non gli si addice: ma quando si tratta di costruire un torvo, complesso panorama del futuro, Dick non fallisce. Le sue strutture sono esteticamente singolari: in apparenza paratattiche, si risolvono in prospettiva in una ipotassi articolata e rigorosa. Vale a dire, se a prima vista i suoi romanzi appaiono come pazienti mosaici di episodi vissuti da personaggi indipendenti, alla fine, grazie a sottili nessi causali, ci si trova di fronte ad una costruzione logica inclusiva e completa. Anche in questo romanzo si ritrovano le caratteristiche più provocatorie e più interessanti di Dick: l’uso sprezzante dei temi di fondo appartenenti alla sottofantascienza (l’invasione degli extraterrestri, per esempio), reinterpretati e strumentalizzati per offrire una soluzione nuova e insolita; la passione per le strutture aperte, e anche questa volta la vicenda non avrà una conclusione, resterà spalancata sul tempo lasciando al lettore il diritto e l’impegno di ipotizzare gli svolgimenti futuri; l’attenta rappresentazione del mondo dei mediocri, entrati in contatto per misteriose predestinazioni con le classi dirigenti di una società anomala; e il solito paio di convincenti ritratti di personaggi nevrotici e interessanti, l’instabile Gram, per esempio, la piccola, sfrontata e commovente Charlotte Boyer, E, come sempre, Dick spreca con inesausta generosità motivi che un altro scrittore tesaurizzerebbe avidamente per crearne un romanzo intero, li confina al ruolo di elementi di contorno. Basterebbe ricordare la tragicommedia meditata e non realizzata da Gram nell’Operazione Barabba; il riferimento alla scoperta del cadavere di un essere che forse era stato un dio; lo stesso Grande Orecchio, e le facoltà dei Nuovi e degli Eccezionali. Quello che forse può preoccupare di più, in questo libro, è invece l’assunto dal quale Dick muove: la tematica dell’amore come supremo strumento di realizzazione e di redenzione, una tematica consolatoria e in fondo frustrante che tende a minare talvolta la consistenza del suo impegno, ma che Dick riesce a rendere accettabile con il ricorso ad una abilissima mozione degli affetti, Un’altra obiezione che gli si può muovere è di natura storica: fino a che punto si può approvare la soluzione del problema da lui prospettata? Fino a che punto si può accettare l’annullamento di un nuovo ramo evolutivo della razza umana? Portando alle estreme conseguenze la sua etica, si dovrebbe rimpiangere l’estinzione dell’uomo di Neanderthal e del sinantropo, e l’affermazione dell”homo sapiens” Tuttavia, lo stesso Dick se ne rende conto, non si lascia fuorviare da facili attrazioni demagogiche, e la sua posizione personale verso la conclusione della vicenda appare ambivalente, intrisa di profonda pietà, tanto da offrire agli sconfitti il riscatto attraverso una dimensione che vuole essere poetica. Ancora una volta, Philip Dick è riuscito a fare della sua ambiguità interiore un’atmosfera di inquietudine, e, credo, a contagiarne il lettore.

L'ASTEROIDE DEI PARIA
Charles Platt è un autore inglese pressoché sconosciuto in Italia, e il romanzo, che presentiamo in questo numero di Galassia è la sua opera prima, la cui pubblicazione era stata iniziata sul numero 167 della benemerita e ormai sepolta New Worlds. Assiduo collaboratore di quest’ultima, come di tante altre riviste inglesi, in veste di autore di racconti e di articoli, Platt si è sempre mostrato in bilico fra le opposte tendenze, di una rottura totale con il passato e di una rassegnata accettazione di esso. Garbage World ne è un esempio quanto mai calzante. Dal compromesso fra due tendenze così diverse scaturisce infatti l’acuminata vena dissacratrice che attraversa l’intero romanzo; costruito per il resto secondo i canoni più classici della fantascienza. Lo spunto stesso di partenza, l’asteroide Kopra ricoperto (è ormai composto) per la massima parte di immondizie scaricate dai vicini asteroidi residenziali, è un approccio polemico che si presta a diverse interpretazioni. Che si tratti comunque di una moderna allegoria del mondo della fantascienza americano o inglese, o di una denuncia dei pericoli dell’inquinamento, il discorso non cambia. Siamo ben lontani dalle trame cosmiche e dagli eroi galattici, e dalla loro falsa patina di nobiltà. Una storia che ha inizio fra i rifiuti e fra le persone che hanno scelta abitarvi proprio in mezzo, futuri e laceri beatniks forse pronipoti di quelli moderni. Un’opera dunque di fuori di certi schemi, ma che non si fa scrupolo di utilizzarne altri alfine di raccontare piacevolmente una storia d’amore e una diabolica vendetta del destino. Nel dipanarsi graduale della vicenda, poi, i personaggi sembrano acquistare maggiore peso e consistenza (e odore, aggiungiamo), trasformandosi alla fine in tipi psicologici la cui caratterizzazione un vero e proprio gioco di finezze. Dal patriarca barbuto e puzzolente della piccola comunità, il cui attaccamento al proprio ‘tesoro’ di rifiuti richiama un analogo attaccamento alla ‘roba’ di verghiana memoria, all’asettico e oltremodo civile Oliver, facile ma riluttante preda di una non tanto improbabile venere Koprana, l’adorabile Juliette. I memorabili approcci di Juliette trovano la loro giusta conclusione nell’ancor più memorabile scena d’amore nel fango della palude: bizzarro miscuglio, questa sempre più attraente Giulietta della spazzatura, di una Lady Chatterley ormai del tutto disinibita e di Raggio di Luna Mc Swine, domiciliata nella Dogpatch di Li’l Abner. Non resta che augurarci che Platt faccia seguire a questa altre sue opere: in verità ci pare uno scrittore poco profilico, ma con gli inglesi non si può mai sapere.